I funerali estremamente celebrativi organizzati a Belgrado per Ratko Mladić hanno riaperto una delle ferite più profonde dell’Europa contemporanea e messo nuovamente alla prova i rapporti tra Serbia e Unione europea. Migliaia di persone hanno partecipato lunedì (7 settembre) alla cerimonia per l’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco, condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
Tra i presenti figuravano diversi ministri del governo serbo, esponenti della Republika Srpska, militari in uniforme e il figlio del presidente Aleksandar Vučić. La cerimonia è stata officiata dal patriarca della Chiesa ortodossa serba Porfirije e Mladić è stato sepolto con onori militari.
La risposta di Bruxelles è arrivata con durezza. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha definito “scioccanti” le immagini provenienti da Belgrado, mentre insieme al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha giudicato “profondamente deplorevoli” gli elementi di sostegno ufficiale e la presenza di esponenti di alto livello delle autorità serbe.
Secondo i vertici di Bruxelles, quanto accaduto dimostra l’incapacità di affrontare “un capitolo oscuro” della storia europea e contraddice i valori sui quali si fonda il percorso della Serbia verso l’Unione. Le parole di condanna dei vertici europei non sono bastate a evitare una reazione netta da parte delle vittime della barbarie di Mladić.
Come accaduto pure con il movimento studentesco, in protesta da quasi due anni contro la classe dirigente serba, la mancanza di azioni formali da parte dell’Unione europea è stata aspramente criticata dalle Madri di Srebrenica, associazione che da 31 anni rappresenta la memoria dei familiari delle vittime del genocidio del luglio 1995.
Secondo l’associazione, l’Unione europea ha minimizzato la portata politica della cerimonia, richiamando la posizione secondo cui non si sarebbe trattato formalmente di un funerale di Stato. “Perché non chiamate le cose con il loro nome?”, hanno chiesto, rivolgendosi in particolare a von der Leyen, Costa e all’Alta rappresentante per gli Affari esteri Kaja Kallas. La domanda non riguarda soltanto la qualificazione giuridica della cerimonia, ma il significato politico della presenza dello Stato serbo.
Il punto controverso è infatti la distanza tra la forma ufficiale dell’evento e ciò che è avvenuto concretamente a Belgrado. Il governo serbo ha sostenuto che i funerali siano stati organizzati dalla famiglia e che il presidente Vučić non vi abbia partecipato, ma il corpo di Mladić era stato riportato nei giorni precedenti dalla capitale olandese su un aereo governativo serbo, mentre alla cerimonia hanno preso parte ministri, militari e importanti esponenti politici.
Anche il direttore del Centro commemorativo di Srebrenica, Emir Suljagić, ha contestato la distinzione tra coinvolgimento statale e iniziativa privata. La presenza di ministri del governo serbo, di numerosi rappresentanti della Republika Srpska, di soldati in uniforme e delle bandiere serba e serbo-bosniaca sulla bara, ha osservato, pone una domanda semplice: “Se questo non è un coinvolgimento statale, cos’è?”.
La polemica assume un peso particolare alla luce del ruolo che l’Unione europea ha scelto di svolgere nella memoria di Srebrenica. L’11 luglio scorso, in occasione del 31º anniversario del genocidio, Kallas e la commissaria europea all’Allargamento Marta Kos avevano ribadito che non c’è posto in Europa per il negazionismo, il revisionismo storico o la glorificazione di criminali di guerra condannati. Alla cerimonia di Potočari, dove vengono commemorati gli oltre 8.000 bosgnacchi uccisi nel 1995, era intervenuto anche Antonio Costa.
“Pensate davvero di venire a Potočari dopo tutto questo?”, chiedono ora le Madri di Srebrenica, mettendo in discussione la coerenza della politica europea della memoria.
Serbia, l’UE condanna gli omaggi a Mladić: “Contraddicono i valori europei”
La vicenda rischia inoltre di avere conseguenze sul piano politico. La Serbia è candidata all’adesione all’Unione dal 2012 e il governo di Belgrado deve già affrontare numerosi ostacoli nel negoziato di adesione. La glorificazione pubblica di Mladić, considerato ancora un eroe da una parte del nazionalismo serbo, rischia di accentuare le tensioni con Bruxelles proprio mentre il Paese si avvia verso elezioni parlamentari anticipate.
Il caso Mladić mette così l’Unione davanti a un dilemma: distinguere tra la responsabilità formale dello Stato serbo e il suo coinvolgimento politico, oppure considerare la natura complessiva dell’evento e il messaggio che esso trasmette alle vittime e alla regione. Per le Madri di Srebrenica, la risposta è già chiara. La memoria del genocidio non può essere separata dalla condanna di chi lo ha organizzato, e la credibilità europea – sostengono – si misura proprio nella capacità di chiamare i fatti con il loro nome e in quella di reagire in nome dei propri valori.

